Il mio obiettivo per il 2020 è di realizzare i propositi del 2019, già fissati e non perseguiti nel 2018, che in realtà mi ero ripromessa di raggiungere nel 2017 perché nel 2016 avevo preso una decisione legata alla promessa fatta a me stessa nel 2015, in quanto nel 2014 mi ero già infruttuosamente impegnata, in virtù di eventi risalenti al 2013.
Non si tratta di una riflessione strettamente autobiografica, ma è plausibile che chiunque possa in qualche misura ritrovarsi a guardare indietro negli anni e a constatare, proprio malgrado, che la procrastinazione ha dominato alcuni aspetti della sua esistenza che, pur ritenendo importanti, non ha mai effettivamente modificato nella direzione in cui desiderava. Ma non c’è motivo di scoraggiarsi: il nuovo anno, per definizione, è quello in cui ognuno può fare qualcosa di concreto per prendere in mano la propria vita e renderla migliore.

Puntualmente, sul finire di ogni anno, tiriamo le somme. Qualche volta ci complimentiamo con noi stessi, compiaciuti per i propositi fissati e poi davvero realizzati. Molto più spesso, purtroppo, ci sentiamo giù al pensiero di non esser riusciti a fare tutto quello che avremmo voluto o dovuto. Allora possiamo avere due modi di reagire: o ci facciamo un esame di coscienza, cercando di capire dove siamo stati carenti e come possiamo migliorare, oppure cerchiamo fuori di noi i colpevoli del nostro fallimento o della nostra mancata realizzazione, per cui additiamo altre persone o incolpiamo le circostanze.
A prescindere dal modo soggettivo di reagire all’amarezza di un bilancio annuale insoddisfacente, c’è qualcosa che ci accomuna un po’ tutti: sul finire dell’anno è come se la nostra percezione di continuità dell’esperienza fosse alterata. In virtù di ciò, nutriamo la convinzione che il cambio di data ci catapulterà magicamente in una nuova realtà, in cui saremo per qualche aspetto migliori: alcuni si immaginano più ricchi, altri più magri, altri ancora si vedono realizzati lavorativamente; c’è chi immagina al proprio fianco un partner che ancora non ha, chi invece desidera allargare la famiglia. Ognuno, insomma, pensando al nuovo anno, sogna un se stesso più simile al proprio sé ideale. Questo è molto importante perché desiderare qualcosa di diverso è essenziale per poter realizzare un cambiamento positivo. D’altra parte, essere in prossimità del salto nel tempo sancito dal cambio di calendario ci porta a indugiare nella procrastinazione. Infatti, collocare nell’anno che verrà il proposito di modificare le nostre abitudini infruttuose o addirittura deleterie, ci offre l’impagabile possibilità di perseverare serenamente nell’errore, nell’ozio, nella pigrizia. Quindi, è per poterci ancora concedere a cuor leggero qualche vizio, che rimandiamo l’impegno, il lavoro duro, all’anno successivo. Anno che, di fatto, è appena dietro l’angolo e tuttavia è sufficientemente avanti nel tempo da consentirci di indugiare nelle cattive abitudini, solo per un po’, per goderci il momento e sentirci meno in colpa aggrappandoci al motto “Anno nuovo, vita nuova!”.
Poi giunge il tanto atteso 1 Gennaio. Reduci da una notte insonne, eccessi alimentari, botti di capodanno, alcol buonaugurale e quant’altro, irrimediabilmente ci approcciamo al tanto atteso nuovo anno con un’eccezione. Infatti, sono pochissimi quelli che iniziano effettivamente a mettere in pratica i propri buoni propositi nella prima giornata dell’anno; è ben più comune far slittare l’impegno concreto al giorno successivo. La “vita nuova”, di fatto, comincia il 2 Gennaio. Ma va bene così. L’importante è non perseverare nello spostare in avanti l’assunzione di responsabilità nei confronti dei propri progetti di vita.