È giunto il Primo Dicembre e, come di consueto, il nastrino rosso -diventato simbolo della lotta contro l’AIDS- torna a ricordarci che al mondo esistono persone che soffrono di una condizione fisica (cui conseguono inevitabili implicazioni psichiche) che le costringe a particolari cautele e a un continuo monitoraggio clinico. Si tratta di persone che, a partire da un certo giorno della loro vita, per tutti i giorni della propria vita, dovranno fare i conti con una malattia che ricadrà sulle loro esistenze e su quelle di coloro che amano. Ma non bisogna mai dimenticare che, in quanto persone, hanno dei sentimenti e una dignità.

COS’È L’AIDS?
La sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) è una condizione morbosa causata dal virus dell’immunodeficienza umana (HIV: Human Immuno-deficiency Virus). Dapprima ci si infetta, diventando sieropositivi, e solo in un secondo momento si sviluppa la vera e propria Sindrome, che rende le persone suscettibili alle cosiddette infezioni opportunistiche: il sistema immunitario, indebolendosi progressivamente, non riesce a far fronte adeguatamente a fattori patogeni che, in un corpo sano, non sarebbero causa di malattia oppure verrebbero debellati senza eccessive difficoltà.
La trasmissione del virus HIV può avvenire attraverso differenti modalità: parenterale, sessuale e verticale (ovvero da madre sieropositiva a neonato). Sembrano non rappresentare veicolo di infezione gli oggetti di uso comune, i servizi igienici e gli insetti ematofagi (es. zanzare).
BREVE STORIA DEL PREGIUDIZIO CONTRO I MALATI DI AIDS
Oggi chiamiamo AIDS quella che in un primo momento venne denominata GRID (gay-related immune deficiency). Successivamente si scoprì che a manifestare l’immunodeficienza non erano solamente coloro che avevano rapporti omosessuali ma anche i tossicodipendenti; poi, con i primi casi di bambini nati da madri sieropositive, diventò necessario adottare una terminologia diversa: AIDS (acquired immune deficiency syndrome). La correzione terminologica, attuata a fronte delle evidenze cliniche, sembrerebbe spogliare -almeno parzialmente- la figura del malato di AIDS da quell’alone di pregiudizio sociale secondo cui la causa della sua condizione di salute sarebbe da ricercare in un comportamento moralmente reprensibile.
Eppure, dobbiamo riconoscere che ancora oggi, nonostante la supposta apertura mentale di chi si dichiara dalla parte dei malati, continua a sussistere nei confronti di chi contrae l’infezione da HIV un pregiudizio implicito, che trova la sua manifestazione nell’atteggiamento ambiguo che molti continuano ad avere nei confronti dei soggetti sieropositivi.
- La Teoria del mondo giusto
Ciò deriva da una tendenza -molto diffusa nella cultura occidentale- a credere che, in virtù di un principio di giustizia che governerebbe il mondo, gli individui ottengano ciò che meritano e meritino ciò che ottengono. Da piccoli ci insegnano che se ci comportiamo bene verremo premiati e se invece ci comportiamo male saremo puniti, ecco perché, davanti a persone che vivono in condizioni in cui noi non vorremmo trovarci, non possiamo fare a meno di chiederci il motivo alla base della loro situazione, sforzandoci di andare a ricercare una causa nel loro passato che possa giustificare la loro sfortuna odierna. Perché lo facciamo? Semplicemente perché desideriamo vivere nella convinzione che, se continueremo a comportarci rettamente, a noi non accadrà nulla di brutto. Aggrapparci a una teoria secondo la quale il mondo è giusto ci fa sentire sicuri, conferendoci un’illusione di controllo sulla nostra vita.
- La norma di responsabilità sociale
C’è un’altra considerazione da fare. La psicologia sociale ci insegna che dinanzi a persone in difficoltà facciamo ricorso alla norma di responsabilità sociale, ovvero il dovere morale che prescrive di aiutare le persone che dipendono dal nostro intervento. Eppure, la ricerca psicosociale ha dimostrato che nei Paesi Occidentali si tende ad applicare la norma della responsabilità sociale in modo selettivo, ovvero a esclusivo vantaggio di coloro che versano in uno stato di necessità apparentemente non dovuto alla propria negligenza. Insomma, il pensiero di fondo sembra essere: dai agli altri ciò che meritano. Tradotto in pratica: se le persone in difficoltà sono vittime delle circostanze, allora è giusto essere generosi nei loro confronti; se invece sembrano essere responsabili dei loro problemi (nel caso dell’AIDS, per aver messo in pratica comportamenti potenzialmente dannosi per il proprio stato di salute) allora non meritano di ricevere aiuto.
Questi fenomeni potrebbero spiegare, almeno in parte, il sussistere del pregiudizio nei confronti delle persone sieropositive.
LA PAURA DI AMMALARSI A PROPRIA VOLTA
Al di là dell’ipotetica condanna morale, ciò che fa davvero paura è probabilmente l’idea di poter essere a propria volta infettati. Pertanto, sono pochi quelli che accettano veramente l’altro, quando scoprono che si trascina dentro il fardello dell’HIV.
Ma avere normali rapporti di convivenza con persone sieropositive non espone al rischio di infettarsi a propria volta. Ecco perché l’informazione circa i rischi effettivi della convivenza può risultare d’importanza fondamentale nel favorire l’integrazione sociale di coloro che troppo spesso, oltre alla sofferenza personale, devono affrontare anche quella derivante dal vedere indebolirsi la propria rete sociale.
I BENEFICI DI UNA CORRETTA INFORMAZIONE
Ciò che effettivamente possiamo fare, dunque, è informarci. Troppo spesso credenze sbagliate sono all’origine di comportamenti sbagliati; molti errori sono frutto dell’ignoranza e l’unico rimedio contro di essa è la cultura: un tipo di cultura che sia, insieme, scientifica e sociale. Sarebbe opportuno partire dalle basi scientifiche relative alla trasmissione del virus HIV per poi adottare un comportamento sano per sé e per l’altro, che scardini le persone malate dalla condizione di emarginazione e le reinserisca nel sociale, favorendone il benessere emotivo che -è risaputo- si ripercuote positivamente anche sulle condizioni di salute.
“Combatti l’HIV, non le persone con HIV”
Questo breve filmato, realizzato da Cassero lgbt Center, sdrammatizza la paura del contagio in modo molto simpatico ma soprattutto invita al rispetto -presupposto basilare di ogni relazione.