Come sarebbe la vita, se non fossimo più in grado di emozionarci? In un mondo in cui emozionarsi venisse considerato un vero e proprio crimine, quanti accetterebbero di sacrificare le altezze vertiginose dell’emozione umana, pur di sopprimerne gli abissi profondi?
La scena è tratta dal film “Equilibrium” (2001), ambientato in un futuro in cui, a seguito di un conflitto nucleare che ha rischiato di provocare l’estinzione della specie umana, i superstiti hanno deciso di eradicare le emozioni dall’animo umano. In che modo? Gli abitanti di Libria assumono regolarmente una dose di “Prozium”, ovvero un medicinale in grado sopprimere le emozioni. Il governo monitora attentamente il comportamento dei cittadini, per accertarsi che nessun barlume emozionale trapeli dai loro gesti. Anche il continuo lavaggio del cervello contribuisce a motivare le persone all’assunzione del farmaco: “Popolo di Libria, esiste una malattia nel cuore dell’uomo: il suo sintomo è l’odio, il suo sintomo è la collera, il suo sintomo è la rabbia, il suo sintomo è la guerra. La malattia è l’emozione umana. Tuttavia, Libria, io mi congratulo con te poiché esiste una cura per questa malattia. Sacrificando le altezze vertiginose dell’emozione umana, ne abbiamo soppresso gli abissi profondi e voi, come società, avete abbracciato la cura: il Prozium. Ora siamo in pace con noi stessi e l’umanità è unita. La guerra è scomparsa. L’odio è un ricordo. Noi siamo la nostra coscienza ora, ed è questa coscienza che ci guida a classificare EC10, per il contenuto emotivo, tutti quegli oggetti che potrebbero indurci nella tentazione di sentire di nuovo… e distruggerli! Popolo di Libria, voi avete vinto. A dispetto di ogni ostacolo e della vostra stessa natura, voi siete sopravvissuti.” Al discorso segue una standing ovation degli astanti, tutti vestiti allo stesso modo, tutti con i volti impassibili, tutti apparentemente morti dentro.
È giusto ricorrere a rimedi estremi?
Nel futuro distopico proposto dal film, la fredda razionalità è stata imposta come rimedio alle emozioni. Ma queste possono essere sia positive che negative… quindi per sopprimere gli abissi profondi dell’emozione umana, è stato necessario anche sacrificarne le altezze vertiginose. Eppure, ciò va contro la stessa natura dell’uomo. Un rimedio estremo ad un male estremo potrebbe essere una soluzione temporanea, volta a tamponare un problema contingente, ma non può aver certo la pretesa di configurarsi come rimedio definitivo. Mettendo da parte il film e tornando alla realtà, è opportuno fare delle considerazioni.
La competenza emotiva
Non sono le emozioni in se stesse a generare conflitti o a creare sofferenza; a rendere potenzialmente pericolose le emozioni negative è piuttosto l’incapacità di gestirle. L’antidoto agli “effetti collaterali” delle emozioni è lo sviluppo di una sana competenza emotiva: capacità che consente di affrontare in modo adeguato sia le proprie emozioni che quelle altrui, entro i contesti relazionali. Lo sviluppo della competenza emotiva consente all’individuo di:
essere consapevole dell’emozione che sta provando in un certo momento
saper dare un nome a ciò che sta provando
esprimere le proprie emozioni
modulare l’espressione emotiva in base al contesto
percepire l’eventuale discrepanza tra l’emozione provata e l’emozione espressa
riconoscere le emozioni espresse da altre persone
rispondere in modo coerente all’emozionalità altrui
Acquisire competenze emotive consentirebbe quindi di sviluppare una sorta di “autoefficacia emotiva”, indispensabile per gestire la propria emozionalità nel corso delle interazioni sociali, che spesso comportano il doversi mettere in gioco sul piano personale. Quindi, la capacità di comprendere la natura e l’intensità delle emozioni, sia proprie che altrui, diventa indispensabile per gestire le relazioni in modo funzionale.
Se emozionarsi fosse proibito, sarebbe dunque la stessa natura umana a venir meno e probabilmente noi non potremmo più dirci “persone”, ma dovremmo declassarci ad “automi”. E pensare che persino loro in tempi recenti hanno cominciato ad elevarsi emotivamente!